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RELAZIONI - Le interviste di LimpidaMente

Alcune domande a VITTORIO SARTARELLI

Vittorio Sartarelli è nato a Trapani nel 1937. Ha avuto esperienze lavorative nel settore giornalistico e successivamente è stato assunto presso un Istituto bancario, dove ha lavorato per 35 anni. Ha esordito come scrittore nel 2000 e ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per opere letterarie edite e inedite. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali “Eventi, rimembranze e personaggi della memoria” e “35 anni da bancario”.

Francesco Alberoni

VITTORIO SARTARELLI

Domanda: Il suo libro “Eventi, rimembranze e personaggi della memoria” contiene racconti ambientati negli anni della sua giovinezza. Cosa l’ha spinta a scriverli?
Risposta: «Li ho scritti per l’esigenza di raccontarmi che, del resto, manifesto in tutti i miei testi che sono al 90% autobiografici. Poiché ho 77 anni ed ho trascorso un'esistenza molto varia e movimentata, difficile, soprattutto nella mia gioventù, con poche soddisfazioni, eccezion fatta per la parte privata ed affettiva, ho sentito il bisogno di parlare di me, forse nell’intento freudiano, involontario, di essere utile agli altri con gli avvenimenti della mia vita che costituiscono esperienza, conoscenza ed esempio. Raccontando le mie esperienze ho cercato di manifestare i miei sentimenti di amore, condivisione, accoglienza, affetto, fiducia ed amicizia, senso del dovere, solidarietà e sincerità ma, a volte anche delusione, sconforto e rabbia, per l’ipocrisia e la cattiveria di alcune persone che con il loro comportamento mi hanno segnato nel corso degli anni, tuttavia mi hanno anche fatto crescere in fretta e capire molte cose, come saper convivere e difendermi, in quella inestricabile giungla che è la vita».

Pensando oggi agli anni ’60 cosa ricorda maggiormente? E cosa prova?
«Sono stati per me i migliori anni della mia vita, perché in quel periodo si è concretizzata la mia esistenza, trovando un lavoro sicuro e creandomi una famiglia che sognavo da diversi anni. Sogni che sembravano allora irrealizzabili e che invece, per una serie di circostanze, una delle quali predominante, costituita dalla fede in Dio, divennero realtà concrete e durature. In quegli anni ho sposato la donna della mia vita che mi ha donato due figli meravigliosi e mi sono costruito una carriera bancaria di tutto rispetto che mi ha dato anche delle soddisfazioni. Cosa provo adesso per quegli anni? Tanta nostalgia!».

Quali sono le differenze tra la vita sociale di quel periodo e quella di oggi?
«In quegli anni gli italiani avevano ancora rispetto e protezione per la famiglia e per i figli i quali studiavano in una Scuola che era ancora efficiente e formativa sia dal punto di vista culturale che educativo. I giovani guardavano al futuro con fondate speranze di miglioramento economico e sociale ed avevano ancora dei valori da rispettare, degli esempi da seguire e degli obiettivi da raggiungere. Il lavoro c’era, le Istituzioni funzionavano e la società era migliore. Oggi c’è una crisi profonda e la famiglia appare in via di dissoluzione, essa che è la cellula fondante e fondamentale della società ha fallito i suoi obiettivi. Quando una famiglia si sfascia, le conseguenze devastanti e destabilizzanti si riversano sui figli che, perduti i punti di riferimento necessari per una vita equilibrata e socialmente utile, diventano degli sbandati, poco seguiti e spesso abbandonati al loro destino. In associazione e spesso in conflitto con le famiglie c’è oggi una scuola svuotata dei suoi principi e delle sue funzioni, ormai alla deriva e inefficiente alla formazione culturale e educativa dei giovani. La vita sociale e politica è continuamente flagellata da uccisioni, dalla corruzione e dal malcostume e le Istituzioni appaiono traballanti e inefficienti. Non ci sono più certezze e valori per i giovani di oggi e questa crisi gigantesca si aggrava di giorno in giorno per la mancanza di posti di lavoro. In definitiva è fin troppo evidente che l’intera Società attuale è attraversata da una profonda crisi di valori fondanti e fondamentali. Nel caos, apparentemente ordinato, in cui oggi viviamo dove sono poche le cose certe che valgono ancora e che funzionano, perché la disonestà e la litigiosità politica e la lotta per il potere non permettono l’attuazione delle riforme necessarie, progetti validi, promulgazione di leggi e provvedimenti veramente utili e necessari alla collettività, sarebbe necessaria una svolta epocale, da tempo invocata, forte e decisa che crei un’inversione di tendenza all’attuale declino della società».

I giovani di una volta erano più ingenui di quelli di oggi?
«I giovani di allora forse erano più ingenui perché erano più seguiti dalle loro famiglie con principi educativi validi e formativi della loro personalità. Però allora avevano degli ideali da imitare e delle mete da raggiungere e la guida che ricevevano dalla scuola e dalla famiglia li rendevano soggetti attivi e produttivi della società. Adesso vediamo giovani di 14 o 15 anni che si ubriacano per la strada, seduti sui marciapiedi che smanettano continuamente sui telefonini e che la sera amano la bella vita notturna dei bar o delle discoteche dove, per non essere diversi dagli altri, consumano alcolici e s’impasticcano o usano cocaina o eroina e spesso si mettono alla guida, buttando la loro vita contro qualche muro o albero che incontrano per la strada».

Quali delle sue esperienze giovanili racconta in questo libro?
«Le mie esperienze giovanili sono molteplici e anche quelle raccontate nel mio libro non posso elencarle tutte, finirei con lo scrivere un altro libro, tuttavia, ne sintetizzerò alcune, forse le più significative. La prima delle mie esperienze fu quella della conoscenza della donna della mia vita che mi ha accompagnato negli anni rendendomi felice e nel momento del bisogno e della difficoltà è stata sempre presente e vigile e mi ha prestato le sue cure amorevoli e piene di affetto e dedizione. Poi c’è l’esperienza che mi ha donato mio padre, la cui figura è stata sempre per me un faro di luce che mi ha indicato la giusta via da seguire nella vita. I suoi insegnamenti ed il suo esempio sono stati per me un indirizzo sicuro da seguire e mi sono serviti tanto nella mia esistenza. Le esperienze formative e di carattere culturale che sono state importanti nella vita e nel lavoro sono quelle ricevute dai professori del Liceo Classico che ho frequentato con piacere, responsabilità ed interesse e che non potrò mai dimenticare. L’esperienza fondamentale per me, perché mi ha consentito di trovare un lavoro e di crearmi una famiglia, è stata quella di un uomo politico dall’animo buono e filantropico e anche questo sarà per sempre una pietra miliare dei miei ricordi. E per completare ma non per esaurire le esperienze, è stata quella della mia prima volta da scrittore, quando ho ricevuto il mio primo premio letterario. Questo mi ha gratificato e spronato a continuare nella mia attività che poi è stata proficua perché mi ha consentito di ricevere nel corso di 14 anni di attività letteraria molti primi premi con i miei scritti».

Di tutto ciò che esiste oggi e che una volta non c’era, cosa avrebbe voluto possedere negli anni ’60?
«Il mio computer del quale oggi non so più fare a meno e forse il telefonino che oggi ha una serie impressionante di capacità operative».

E cosa vorrebbe avere ancora oggi di quel periodo?
«Una vita più serena e tranquilla, con meno problemi, meno ruberie, meno assassinii, meno corruzione, meno famiglie sfasciate, più speranza nell’avvenire per i nostri figli e i nostri nipoti, più stabilità politica, una società meglio organizzata, più progresso scientifico, più malattie curabili, più pace e solidarietà tra i popoli».

Ma gli anni ’60 erano davvero favolosi? Perché?
«Cosa si poteva desiderare di più? C’era lavoro, c’era una situazione economica e finanziaria che appariva in sviluppo. L’Italia era uscita quasi definitivamente dalla mortali ferite della guerra e grazie alla ricostruzione e alla produttività delle nostre aziende, avrebbe segnato un periodo storico epocale quello del “boom economico”. C’era la televisione, i frigoriferi, l’acqua calda nei bagni, le automobili per tutti. C’era la speranza e la certezza del domani c’era il benessere delle famiglie, appena raggiunto. Vuoi che non fossero favolosi quegli anni? Quando mai l’Italia aveva goduto di quel benessere?».

Come è cambiato il linguaggio parlato e quello letterario negli ultimi 50 anni?
«Con il passare degli anni molte cose cambiano se non tutte addirittura. Il linguaggio parlato è diventato più accessibile a tutti, diciamo che è stato popolarizzato, in questo ha influito molto la televisione che ha senz’altro contribuito alla crescita culturale dell’intero tessuto connettivo della società moderna. La lingua italiana si è arricchita di termini nuovi, molte sono state le commistioni e le invasioni barbariche, nel senso che la globalizzazione ha introdotto nella nostra lingua scritta e parlata dei termini stranieri, solitamente di lingua anglosassone, ma non solo e, per quanto riguarda la letteratura, c’è stato in questi ultimi anni quasi un’inflazione di scrittori e quindi di libri. Naturalmente, non è oro tutto quello che riluce, cosicché non manca anche nella letteratura una quantità di spazzatura. Tuttavia, la lingua italiana si è evoluta anche negli scritti e di questo è stato il più felice assertore e divulgatore Enzo Biagi, è stato un maestro».

Lei quale linguaggio adotta quando scrive?
«Lo scritto erudito con i vocaboli forbiti e ricercati, ha fatto il suo tempo, del mio modo di scrivere alcuni critici hanno affermato: “Vittorio Sartarelli è uno scrittore che si esprime con realismo e semplicità e che si basa sulla linea della più tipica narrativa verista” e ancora “Il suo scrivere è semplice e scorrevole, senza fronzoli e men che meno esternazioni di forbita erudizione, qualcuno lo ha paragonato più al linguaggio parlato e, proprio per questo, estremamente comprensibile e immediato”. Io non seguo alcuna corrente letteraria, non mi sono mai preoccupato di seguirne una, ho sempre avuto come riferimento la realtà, nuda e cruda a volte ma solo quella, non mi sono mai reso conto di assomigliare o di avere uno stile veristico nello scrivere, ho sempre scritto con la mente ma, soprattutto, con il cuore e l’anima. Io amo definirmi un cronista della mia vita».

Cosa può insegnare la lettura del suo libro ai giovani d’oggi? Quali messaggi vuole trasmettere?
«In effetti mi rivolgo soprattutto ai giovani, a quelli che non hanno ancora un ideale o un traguardo da raggiungere, perché sappiano che nella vita non tutto è facile o semplice e che nessuno ti regala niente. Bisogna studiare seriamente perché nella cultura è il progresso dei popoli. Gli ideali e le mete da raggiungere costano sacrifici che debbono essere fatti, perché essi insegnano a crescere e a maturare la propria personalità e la propria coscienza. Nella Società di oggi, una cultura dell’immagine e dell’apparire, il crescere dei messaggi negativi che giungono ai giovani dal mondo degli adulti, ingenera il sorgere di miti utopistici e alimentano comportamenti di violenza gratuita. Ma anche a coloro che hanno una famiglia e dei figli, consiglio di leggere i miei libri, perché riconoscano nella cellula primaria della società dei valori insostituibili e fondamentali. La famiglia, quella vera, quella sacra, quella unica, fondata sui cardini essenziali costituiti dai genitori, deve prendere in mano le redini della vita dei propri figli, educarli con passione e rigore, reintroducendo i valori attualmente mancanti o scarsamente attenzionati. In pratica deve fare la sua parte, assumendosi la responsabilità di creare la società di domani».


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