Limpida Mente

CULTURE - Le interviste di LimpidaMente

Alcune domande ad ANTONIO DE VIVO
(04 maggio 2026)

Antonio De Vivo vive e lavora tra pratica marziale, ricerca interiore e attività culturale. Insegnante e formatore nel campo delle arti marziali, approfondisce da anni il rapporto tra corpo, disciplina, consapevolezza e vita quotidiana, integrando l’esperienza fisica con riflessione filosofica e ascolto psicologico. Attraverso l’insegnamento e la scrittura, esplora il valore educativo della pratica come strumento di presenza e responsabilità, evitando approcci dogmatici o spiritualismi evasivi. "Ombre e respiro" è il suo primo romanzo.

ANTONIO DE VIVO
 

Domanda: Il suo romanzo “Ombre e respiro” ha come protagonista un giovane che attraverso la pratica delle arti marziali giunge alla consapevolezza della verità che riguarda la sua esistenza. Qual è questa verità?
Risposta: «La verità è semplice e scomoda: non tutto deve essere risolto per poter essere vissuto. Anthony scopre che cercare di controllare la vita, eliminare il dolore o “aggiustare” ogni cosa lo rende più fragile, non più forte. La consapevolezza che raggiunge è questa: si può restare presenti anche dentro l’incertezza, e proprio lì si diventa più umani».

In che modo la pratica marziale aiuta a seguire questo percorso esistenziale?
«La pratica marziale aiuta perché è concreta: il corpo non mente. Nel dojo non puoi fingere di essere calmo se sei teso, non puoi raccontarti storie se il respiro si spezza. La disciplina, la ripetizione e il confronto con il limite trasformano la consapevolezza in esperienza. In altre parole: non ti spiega la vita, te la fa attraversare».

Il titolo del libro è “Ombre e respiro”. Quali sono le ombre e in che modo contribuiscono insieme al respiro a vivere un’esistenza consapevole?
«Le ombre sono tutto ciò che tendiamo a rimuovere: paura, ansia, perdita, senso di inadeguatezza, solitudine, e anche l’ombra del mondo esterno che entra dentro di noi (notizie, minacce, tensioni). Il respiro è il punto di contatto tra corpo e mente: non elimina le ombre, ma permette di stare dentro di esse senza irrigidirsi. Respirare significa tornare al presente, e quindi scegliere invece di reagire».

Nel libro si afferma che la pratica marziale non costruisce un’identità, ma la svuota di ciò che è superfluo. Qual è il superfluo di cui bisogna liberarsi?
«Il superfluo è ciò che ci appesantisce senza renderci più veri: l’immagine che dobbiamo difendere, la maschera della perfezione, la necessità di avere sempre ragione, l’ossessione di controllare tutto, il rumore mentale che interpreta ogni cosa come minaccia o giudizio. La pratica marziale non costruisce un’identità “più forte”: toglie ciò che è finto, e lascia ciò che regge».

Cosa direbbe a chi crede che nelle arti marziali c’è violenza?
«Direi che la violenza non è nella disciplina: è nell’assenza di disciplina. Le arti marziali, quando sono autentiche, educano al controllo, al rispetto e alla responsabilità. Insegnano che la forza senza coscienza diventa distruzione. L’obiettivo non è colpire: è conoscere la propria reazione, saperla governare e, se possibile, evitare lo scontro».

È un’attività utile a tutte le età?
«Sì, perché può essere adattata. Da giovani educa a coordinazione, autocontrollo, rispetto e gestione dell’energia. In età adulta aiuta a mantenere corpo e mente stabili, riduce stress e migliora attenzione. Per le persone più avanti con l’età può diventare uno strumento di equilibrio, mobilità, memoria motoria e benessere. La chiave è praticarla come Via: progressiva, intelligente, senza ego».

Attraverso le vicende del protagonista nel romanzo emergono molti spunti filosofici e psicologici. Quale collegamento hanno con la pratica marziale?
«Sono collegati perché la pratica marziale è una forma di filosofia vissuta. Concetti come impermanenza, limite, responsabilità, presenza non restano idee: diventano esperienza attraverso il corpo. Psicologicamente, la pratica lavora su meccanismi reali: paura, reazione, gestione dell’impulso, attenzione, autostima. È un laboratorio di umanità: si vede subito dove mentiamo a noi stessi e dove siamo autentici».

In qualità di operatore del settore come spiegherebbe, in breve, i benefici dell’attività marziale?
«Corpo: postura, coordinazione, forza funzionale, mobilità, equilibrio. Mente: attenzione, gestione dello stress, disciplina, resilienza. Relazione: rispetto, confini, controllo dell’aggressività, comunicazione non verbale. Crescita personale: conoscenza del limite, capacità di cadere e rialzarsi, presenza. Il beneficio più grande è uno: imparare a stare. Con lucidità, senza rigidità».

Il romanzo sembra dire che non sempre serve “capire” per guarire. È così?
«Sì. Una delle intuizioni centrali del libro è che la mente spesso pretende spiegazioni come forma di controllo. Ma la vita non è sempre spiegabile, e il dolore non sempre si risolve con un perché. Anthony scopre una cosa più concreta: si può imparare a stare anche quando non si comprende tutto. E questo “stare” non è rassegnazione: è presenza, è maturità».

Che cos’è, in ultima analisi, il “respiro” nel romanzo?
«Il respiro è il simbolo più semplice e più vero del romanzo: è il confine tra fuga e presenza. Quando siamo in panico, il respiro si spezza; quando siamo rigidi, diventa corto; quando siamo presenti, torna naturale. Nel libro il respiro non è una tecnica mistica: è un indicatore immediato della verità del momento. Respirare significa restare, senza aggiungere maschere».

Che tipo di “salvezza” propone "Ombre e respiro"?
«Non propone una salvezza spettacolare. Non c’è un trionfo, non c’è un “divento un altro”. La salvezza, se vogliamo usare questa parola, è più sobria: è imparare a non fuggire dalla propria esperienza. È passare dalla reazione alla scelta, dalla rigidità alla presenza. Il libro suggerisce che la pace non è un premio: è un equilibrio che affiora quando smetti di combattere la vita».

Il protagonista cambia davvero o semplicemente accetta?
«Cambia, ma non nel senso dell’eroe che si reinventa. Cambia nel senso più difficile: diventa più essenziale. Accettare non significa arrendersi, significa smettere di aggiungere tensione inutile. Anthony impara che non si diventa forti eliminando le ombre, ma attraversandole con lucidità. La sua evoluzione è silenziosa, e proprio per questo è vera».

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